Verso Copenaghen 09

Analisi e notizie sul negoziato ONU sul clima a Copenaghen (7-18 dicembre 2009)

Il G2, il clima ed il sogno europeo

di Antonio Tricarico – CRBM
Di fronte al netto rifiuto di Usa e Cina di arrivare ad un accordo sul taglio delle emissioni di gas serra al vertice di Copenaghen, che inizierà tra tre settimane, non può che alzarsi un’onda di scoramento. Ma a mente fredda, anche se questa decisione del G2 è una pessima notizia per la lotta ai cambiamenti climatici, si può dire che probabilmente si è avviata una nuova stagione per la governance globale. L’amministrazione Obama ha deciso la strada del negoziato alla pari con la Cina, la vera nuova potenza emergente, che però per il momento non ha intenzione di prendere il posto degli Usa. Dal negoziato del G2 – che avviene in un gruppo bilaterale strategico creato da un anno – emergeranno nuovi equilibri transitori su varie materie su cui oggi si dibatte e negozia senza risultato: il clima, il commercio internazionale, la regolamentazione finanziaria, il sistema monetario internazionale. Non è affatto e non sarà una nuova Bretton Woods economico e politica, ma un passaggio per una stabilizzazione transitoria del nuovo caotico multipolarismo che viviamo. In questo scenario tutti gli altri, potenze e non, non possono che partecipare nei termini possibili del dibattito, senza capacità di fissare nuove regole ed approcci, come Copenaghen dimostra. In breve lo stesso “nuovo” G20 – quale nuovo forum della governance globale – sembra già sorpassato in partenza.

Appare così evidente che l’Europa viene declassata al ruolo di comparsa, così come tanti altri Paesi fino ad oggi importanti o emergenti. La mossa Usa-Cina d’altronde si inserisce in uno scenario già viziato dal tentativo Europa-Usa di liberarsi degli obblighi del protocollo di Kyoto, avviando un processo sempre multilaterale ma interamente volontaristico, ora rimodellato con un colpo di coda dal G2 e di cui l’Europa è stata solo informata. Forse oggi per continuare a contare l’Europa riprenderà le difese di Kyoto, almeno per  capitalizzare sui seppure minimi passi avanti fatti negli ultimi anni dai governi dell’UE, oppure nella peggiore delle ipotesi finirà per spaccarsi tra posizioni diverse.

Una situazione surreale, se si pensa che a Kyoto nel 1997 furono gli Usa ad imporre il controverso sistema di mercato delle emissioni nel nuovo Protocollo per poi ritirarsi dopo poco, lasciando agli europei il cerino della difficile attuazione del sistema. Viene da chiedersi in questa materia se l’Europa così debole e spesso divisa non debba rivedere tante sue assunzioni per ritrovare intanto un’unità e una visione interna che la distingua, forse più centrata sull’autosufficienza, la giustizia sociale e un’autentica sostenibilità. Lo stesso lo si può dire anche per i negoziati sul commercio internazionale, così come sulla regolamentazione della finanza e così via. Il che vorrebbe dire modificare di fatto per primi il proprio modello di sviluppo per poi guardare all’interazione con gli altri blocchi regionali, in uno spirito autenticamente multilaterale e di cooperazione e non di competizione.

Questo vuol dire ripensare l’ambiziosa e pericolosa strategia per una Europa che compete nel mondo, per smettere di sentirci un player globale frustrato ed incapace di imporre la propria visione, e così portare avanti una diplomazia diversa, basata intanto sul proprio cambiamento. Condizione sine qua non l’emanciparsi nella dipendenza energetica dall’estero, partendo da una revisione delle priorità strategiche in materia energetica e dei nuovi costosissimi progetti di trasporto dell’energia verso l’Europa (dal gas del Caspio e dall’Africa ad altri mega progetti energetici pensati in Africa ma per uso e consumo europei) per una più lungimirante politica di investimenti incentrata sullo sviluppo di nuove fonti energetiche rinnovabili, localizzate e su piccola scala, che permettano la sicurezza energetica europea ma anche dei Paesi più poveri oltre che un contributo reale alla necessaria riduzione delle emissioni globali.

Questo ripensamento non sarà sufficiente a salvare oggi il clima e domani i controversi negoziati di Doha sul commercio – vedi la ministeriale Wto che si apre tra due settimane a Ginevra come un flop annunciato – ma quanto meno a riappropriarsi del sogno europeo svanito nella fallimentare orda neoliberista della supremazia del mercato e del “vinca il più forte” degli ultimi venti anni. A quel punto si avrà davvero qualcosa di diverso da dire o su cui dissentire dal G2.

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